The Hole (frammento)
Osservi la pila di libri che si staglia contro le pareti e si accumula sullo scrittoio. Passi il palmo della mano sinistra sul loro dorso impolverato. Particelle infinitesimali danzano nell’aria stantia e qualcuna finisce dentro le tue narici.
Ti sembra di sentire le loro parole. Sentire gli scrittori enunciarle a voce alta mentre digitano i tasti delle loro macchine da scrivere. Le immagini che esplodono dentro le loro teste e sprizzano dai loro occhi. Ti sembra che l’inchiostro con cui ogni carattere è stato stampato possa penetrare i pori della mano, superare i tessuti e annidarsi nei globuli rossi e risalire fino alle sinapsi. Produrre un effetto elettrizzante. L’innesco di una misteriosa elettricità priva di interruttore.
Vorresti che scuoiassero lentamente la pelle del tuo corpo.
Il tuo corpo.
Sei davanti allo specchio ovale acquistato dopo la prima settimana di pernottamento nella pensione.
Ti sei fatto prestare un martello e un chiodo dal portinaio, un giovanotto dai fini capelli biondi, che sorride sempre, in qualsiasi circostanza. Se fossi stato più giovane, ti saresti innamorato perdutamente di un ragazzo così.
Appendesti lo specchio sul muro perimetrale che dava a nord. In posizione centrale. Di fronte alla finestra, l’unica della camera.
Sei davanti la finestra. La finestra è chiusa e gli scuri sono abbassati. Ti concedi un'eccezione alla regola e accendi la luce.
Torni verso lo specchio.
Osservi i tuoi capelli sfibrati, grigi e lunghi. Le rughe hanno invaso il tuo viso quadrato. Hai labbra carnose, labbra che poche volte hai permesso di baciare e mordere. Occhi gelidi e neri, come il petrolio. Scandagliano anche quando non vuoi.
Togli la giacca marrone di velluto. La poggi sullo schienale della sedia a dondolo e torni ad osservarti come un chirurgo con il suo paziente.
Togli il pullover grigio e poi il dolce vita nero. Rimani con indosso la canottiera bianca. Le braccia accennano un accumulo di pelle cascante, bianchiccia, come denti di balena.
Ti metti di profilo e noti una leggera protuberanza. Hai quella che molti chiamerebbero “pancetta”. E ti viene da pensare se fossi buono da mangiare che sapore avresti?
Ti sfili via i pantaloni a coste e rimani con i calzini bianchi e le mutande nere. La canottiera te la lasci ancora addosso perché ti turba vedere i peli bianchi che crescono intorno al tuo petto.
Hai le gambe storte. Da atleta, anche se hai sempre odiato lo sport.
Fai per avvicinarti allo specchio ma quello, come per dispetto, cede e cade portandosi dietro il chiodo.
Mentre ti avvicini per raccoglierlo con la vana speranza che non si sia né rotto, né scheggiato, scoprì un foro nel muro.
Questo però non è un semplice foro ma un buco grande quanto un’occhio. La parete ha un’occhio. Un solo occhio, come un pirata o un ciclope.
Un buco che attraversa la parete da parte a parte. Un buco tunnel. Un buco che diventa un cannocchiale.
Istintivamente ti avvicini. Poi ti blocchi. Allunghi la mano destra e la metti davanti al buco a poco più di un centimetro. Senti l’aria fredda che palpeggia il palmo. Un brivido ti assale.
Vai verso il letto e indossi il tuo pigiama color panna come niente fosse accaduto. Ti siedi sul bordo e pensi all’imprevedibilità dell’esistenza.
Torni verso il buco.
Ti pieghi e con l’occhio destro guardi dentro.


